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Un viaggio a km 0!

Written by on 4 settembre 2018

Un viaggio a km 0!

Un po’ di Cuba a Milano, quel posto che non ti aspetti.

Milano. Mercoledì mattina. Mercato rionale di un quartiere vicino al centro urbano.
Esco di casa per andare a fare la spesa, pensieroso, come spesso accade ad ogni membro di questa “città metropolitana”. I miei occhi si posano sulla materia ortofrutticola circostante, pesche, meloni, pomodori, ma intanto la mia testa viene affollata da altro: la mail da mandare, la questione da sbrigare, il contratto da firmare… distratto da questo mix di lavoro, disoccupazione, studio (le tre sponde sulle quali rimbalzo da anni), frutta, verdura ecc… continuo a girovagare a casaccio tra i tendoni del mercato finché, insinuandosi fra gli strilli dei venditori ambulanti, mi entra nell’orecchio il suono di un pianoforte, sincopato, latineggiante. Abbandono tutto, pensieri e verdura, e mi dirigo verso questo amabile suono e, con sorpresa, mi ritrovo davanti un bar, all’interno del quale un pianista improvvisa atmosfere latin-jazz. Le pareti sono piene di simboli inconfondibili: una gigantografia del Che, una di un auto d’epoca cubana e poi la bandiera a strisce con la stella da un lato. Non ci sono dubbi, ho scoperto un angolo di Cuba a Milano!

Approfitto per prendere un caffè, servito da Ricardo, che si presenta come “corazon de leon”, alludendo con un certo savoir a faire al più famoso re inglese, e resto in compagnia delle notte di Farres, il pianista che mi ha condotto fin lì come un pifferaio magico. Ammiro il suo modo di suonare; Farres improvvisa seguendo l’andamento dei clienti che si susseguono all’interno del bar: entra un signore anziano e il ritmo rallenta, entra un gruppo di amiche e la melodia si fa più acuta e provocante, la folla davanti al bancone invece diventa un crescendo e un susseguirsi di fraseggi a incastro. Rimango incantato da questo inaspettato regalo del bar sotto casa, e aspetto che il suono si cheti per chiedere al musicista una chiacchierata. Ci sediamo e iniziamo a parlare di musica cubana.

Parte come un razzo: comincia parlandomi del genocidio perpetrato a Cuba dai conquistadores, di come sia andata perduta la maggior parte della tradizione musicale degli indios. L’importazione di africani, asiatici (i suoi avi erano cinesi) e ovviamente la dominazione europea, hanno fatto confluire nello stesso territorio più generi e modi di intendere la musica (intrattenimento, rituale, religiosa) che si sono mescolati e, passati di mano in mano, hanno raggiunto molteplici forme musicali. Farres però non me ne parla perché rifiuta la divisione di generi o stili, mi dice che: “è la natura che ti da tutti i suoni di cui hai bisogno, il musicista non fa altro che selezionarli e riprodurli. Io non voglio impadronirmi di un ritmo dandogli un nome o un marchio” mi dice “La musica no tiene dueňo (non ha padrone)!” tiene ancora a precisare “La musica influenza una persona psicologicamente, un musicista, un vero timbero, colui che sente il ritmo, non solo acusticamente, ma anche interiormente, deve suonare per questo! Ora è diventata solo un prodotto da consumare, tutta uguale, uno strumento per guadagnare.”. Io non resisto e gli chiedo di darmi qualche consiglio musicale. Copio qui ciò che mi ha dettato: Oscar D’Leon, Isaac Delgado, Havana Primera, Conjunto Son 14, Los Van Van, La Original de Manzanillo.

Guardo l’orologio e mi rendo conto che devo tornare alla mia vita. Intanto Farres mi sta parlando del Festival di Sanremo (non so come ci siamo arrivati!), dicendomi che la musica che ha sentito quest’anno gli è parsa incredibilmente vecchia e un sacco di altri aggettivi brutti. Io però non posso restare e lo saluto. “Torna questo pomeriggio che mi raggiunge un mio amico percussionista!” mi dice. Io gli rispondo che devo lavorare e purtroppo non ce la farò, mentre la parte più operosa di me sta già pensando che questa variazione di percorso mi ha portato via un sacco di tempo per sbrigare le mie faccende quotidiane. Insomma prendo la porta e prima di uscire dico al sorridente barista Ricardo “corazon de leon”: “Qui non sembra neanche di essere a Milano!” lui sornione mi sorride e mi invita ad andare a trovarli più spesso. Mi precipito di nuovo dentro la mia quotidianità, dentro il mercato e i suoi prodotti, dentro Milano, e mentre confronto i prezzi o mi faccio servire dal cingalese del banco frutta, continuo a pensare alla parentesi appena vissuta, a questo strano viaggio a Cuba, ritrovata inaspettatamente a soli 500 metri da casa mia. A volte per andare in vacanza basta poco…

Luca D’Addino
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